Critica

Andrea Baffoni

Tanta forza, tanto colore: Maria Cristina Conti

Dipingere è azione di autoscoperta. Ogni artista dipinge ciò che è.
Jackson Pollock

La pittura gestuale di Maria Cristina Conti, a un primo sguardo, può apparire come una semplice — seppur ben riuscita — prova di virtuosismo espressivo ispirato dall’osservazione della natura. Bisogna invece approfondirne il messaggio, entrare fin nell’intimo della sua poetica per scoprire che dietro a quelle sferzate di colore, quei lampi improvvisi di toni lucenti, quei gialli, rossi, blu intensi, quelle fluide frustate di materia cromatica si nasconde un profondo messaggio di vita che la pittrice toscana regala a chiunque voglia soffermarsi davanti ai suoi quadri…

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Pitturescienza, il titolo della mostra e, conseguentemente, della monografia, è del resto un neologismo coniato dalla stessa Conti, al fine di esprimere un pensiero che fa dell’arte pittorica non un semplice sollazzo per gli occhi, ma una strada attraverso cui trovare se stessi, come raggiungimento dell’autoconsapevolezza.

Troppa filosofia? Si potrebbe obiettare che la pittura è pittura, colore steso sulla tela, in forma astratta o figurativa, finalizzato al godimento dello sguardo. Certo è che, se la pittura è questo, e non abbiamo motivo per negarlo, è pur vero che tutto cambia quando essa si evolve nella sfera artistica. Non a caso esistono branche di studio come l’estetica, impegnate nell’analisi filosofica dell’arte, ed è proprio su tali percorsi che bisogna collocarsi per raccontare l’opera di Maria Cristina Conti.

Si è dunque detto dell’autoconsapevolezza come fondamento di una pittura che approda nei territori della coscienza. In tal senso, nel proporne una lettura, se ne dovranno analizzare i meccanismi responsabili di una metamorfosi così intensa da trasformare un’attività manuale in un fatto filosofico.

Una prima chiave di lettura ci viene proposta con l’opera Riflessi interiori, titolo emblematico per un dipinto dove un evidente simbolo lunare, nella parte alta della tela, imprime all’intera composizione una spinta energetica capace di modificare la materia coloristica in emanazione psichica. La Luna come fonte di cambiamento, quella stessa Luna a cui Leopardi intonava il suo canto (1819), nel tentativo di trovare una qualche risposta al travaglio esistenziale del quale era preda.

Ma non c’è travaglio nell’opera di Conti: piuttosto il raggiungimento di una consapevolezza e l’acquisizione di quella bellezza emanata dalla natura, capace, di per sé, di alleviare ogni sofferenza. Altre opere, come Notte di luce e Armonia, concorrono a rafforzare questo convincimento, ovvero di trovarci davanti a un’artista che ha saputo tradurre la semplice raffigurazione della realtà in un fatto catartico, dove l’introiezione delle dinamiche naturali permette di intraprendere una reale metamorfosi del sé, per un cambiamento interiore di pace ed equilibrio.

Così il rapporto con la natura smette di autocelebrarsi come fosse una semplicistica rappresentazione pittorica, per divenire esperienza di vita che l’artista sperimenta in prima persona per poi trasferirla all’osservatore. Le sue tele divengono un fermo immagine di elementi naturali dove, tuttavia, a essere impressa sulla superficie non è l’immagine esteriore ma l’emozione interiore.

Questo transfer emotivo richiama la stessa operazione che portò Jackson Pollock alla definizione del dripping: un atto corporale in cui la traccia lasciata dal colore fissa un particolare stato emotivo. Un’istantanea dell’anima, incomprensibile agli occhi, poiché impossibile da leggere con i mezzi della realtà apparente.

Nel caso di Conti, il transfer emotivo resta collegato alla natura, cercando di estrapolarne le più intime vibrazioni e intercettandone quelle emozioni legate al viaggio interiore che inevitabilmente si riverbera nel cammino della vita.

Dunque una pittura di trasformazione interiore che trae dalla natura la sua forza, pur senza nasconderne le difficoltà. Alla carica espressiva dei colori, alla forza delle tonalità, ai soggetti legati ai paesaggi notturni, alle marine, ai fiori, si accosta infatti lo spessore della materia cromatica, tanto da far pensare a una pittura letteralmente scolpita. Questo è il segno di ciò che ha comportato per la pittrice giungere a una tale consapevolezza.

Si è poc’anzi detto di come già Leopardi interrogasse la Luna al fine di avere risposte alle sue tribolazioni terrene, e di come nella Conti tutto ciò sia rasserenato. E così è, ma tale trasformazione non può avvenire senza lasciar traccia e questa, come una sorta di matrice fossile, la ritroviamo nella matericità di fondo, nel colore grumoso e spesso, nel messaggio di determinazione che ci parla di un viaggio difficile, durante il quale ha dovuto attraversare paure e insicurezze, ansia e smarrimenti e che, infine, si è ancorato alla forza: “ho bisogno di tanta forza, tanto coraggio e tanto colore”, afferma Maria Cristina, come se per compiere quella metamorfosi che dalla pittura porta all’arte sia necessario appoggiarsi a qualcosa di solido. Qualcosa che, nel suo caso, si chiama colore.

E così esplodono le sue visioni cromatiche ed è singolare vedere come l’artista vada escludendo totalmente il corpo umano. Non v’è traccia della nostra specie nelle sue tele, non ci sono richiami all’individuo. La figura è stata dissolta, risucchiata nel turbine dei colori e anche i fiori, che più volte compaiono nelle sue tele, non sembrano più riguardare il mondo vegetale: lo ricordano, ma non lo citano.

Non c’è un dipinto che riporti nel titolo il termine “fiore”, ma invece troviamo Poesia, Vitalità interiore, Vibrazioni, solo per citarne alcuni, e così è per altri dipinti dove i soggetti naturali parlano di Pace, Riposo, Metamorfosi, Dialogo tra conscio e inconscio. Temi universali e verità assolute.

Maria Cristina Conti cerca il corpo interiore, qualcosa che non può essere dipinto, e ancora ci riporta a quella coerenza con l’espressionismo astratto di un Pollock, alla consapevolezza che l’arte è ricerca dell’invisibile e che, in alcuni casi, per giungere a ciò ci sia bisogno di tanta energia. Solo così, sembra dirci lei, sarà possibile oltrepassare i nostri limiti e giungere nel territorio dell’energia universale, dell’amore assoluto, che è poi quel mistero nascosto dietro ogni cosa e che noi possiamo penetrare solo ascoltando la nostra voce interiore.

Andrea Baffoni

Daniela Pronestì

Le astrazioni naturalistiche di Maria Cristina Conti

Quando si parla di arte astratta s’incorre spesso nell’errore di credere che “il salto oltre il visibile” imposto da questo genere pittorico comporti la rinuncia a ogni riferimento oggettivo per inoltrarsi in una dimensione governata unicamente e anarchicamente dalla soggettività dell’artista.

Le opere di Maria Cristina Conti mostrano, invece, che l’atto di fiducia che la pittrice compie verso il colore, affidandogli l’espressione di stati interiori profondi, non è mai del tutto svincolato dal dialogo con il mondo circostante, dal quale derivano suggestioni e spunti che l’astrazione trasmuta in un linguaggio proprio…

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Ne è conferma il continuo richiamo alla realtà, e in particolare alla natura, presente in molti suoi dipinti, dove il mare, rappresentato in diverse condizioni di luce, assurge a metafora di una condizione interiore, di un divenire di emozioni di cui l’artista è al contempo protagonista e spettatrice.

Siamo al cospetto, quindi, di un percorso che muove dall’altro da sé al dentro di sé, dalla realtà vista con gli occhi alla realtà sentita con il cuore. Un passaggio che anche l’osservatore è chiamato a compiere, trasfigurando in emozione gli stimoli visivi offerti dall’immagine dipinta.

Del resto, la stessa etimologia della parola “astrazione” — dal latino ab trahere, ovvero “trarre fuori” — sottende un moto a quo e ad quem, e quindi la capacità di estrarre l’essenza di un fenomeno o di una cosa data per conferirle un carattere immateriale e universalmente riconoscibile.

Questo vale anche nel caso del passaggio inverso che si verifica quando, osservando un quadro astratto, avvertiamo la presenza di un nucleo fondativo dell’immagine che ci riporta alla realtà. È il caso delle opere in cui fin dal titolo appare chiara la matrice naturalistica degli accostamenti cromatici e degli slanci gestuali, che ricordano forme floreali, orizzonti notturni, mari in tempesta e tutto quanto ha scosso l’emotività dell’artista, generando in lei un’urgenza espressiva.

In questo processo osmotico dalla vita all’arte e viceversa, la pittura di Maria Cristina Conti traduce in gesto e colore i variegati scenari dell’esistenza umana: notti infinite e risvegli in pieno sole, strade già battute e musiche foriere di cambiamento, slanci verso l’assoluto e prigioni da cui fuggire.

Un racconto veritiero di situazioni vissute e consegnate alla tela per sottrarle al tempo e conservarne memoria. Quanto basta per fare della sua pittura un diario intimo, una sincera e liberatoria confessione, con la certezza che la ricerca di senso nell’arte coincida con la ricerca di senso della vita.

Daniela Pronestì

Franco Riccomini

Le accensioni cromatiche e i frammenti di realtà

Maria Cristina Conti (1964)

Per lungo tempo Maria Cristina Conti, insegnante elementare con la passione per la pittura, ha seguito quel filone figurativo supportato dalla conoscenza del disegno che è patrimonio di tutti. Un periodo abbastanza lungo, dal 1980 al 1997, durante il quale ha realizzato pitture a olio con diverse tecniche, soffermandosi sui paesaggi, le figure umane e le nature morte…

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Ma i successivi esperimenti sul colore l’hanno portata, negli anni seguenti, a inventarsi nuove forme e nuove sperimentazioni. Così, dal figurativo è passata, in maniera quasi prepotente, al concettuale. Sulla tela, a far da padrone, interviene il colore, in modo quasi esplosivo, fondendosi con il segno ormai quasi del tutto immaginato.

Un’esplosione di cui parla Andrea Bolognesi, uno degli “inventori”, insieme a Marcello Meucci, di “Estrarte”, una delle ultime botteghe d’arte apparse sullo scenario artistico cittadino, sottolineando che non si tratta comunque di un’operazione incontrollata, ma di un’azione che, “nonostante tutto, cerca e trova sempre solidi legami con la realtà”.

Ciò avviene, infatti, con l’inserimento, in queste masse colorate realizzate con olio, vernici o altri materiali, di oggetti della quotidianità che servono a dare una precisa identificazione al quadro, il quale “vive”, contemporaneamente, di accensioni cromatiche e di frammenti della realtà, lasciando libero spazio all’immaginazione di chi si pone davanti alle sue opere per cercarvi chissà quali misteri.

Più libere nell’interpretazione, le sue tele hanno spesso riferimenti agli eventi attuali; altrove sono semplicemente appunti autobiografici oppure pensieri profondi, seguendo come un filo ideale che, man mano, la porta a scoprire la speranza (si vedano le opere La rinascita e Luci nel buio, entrambe del 1999), o la vita ritrovata, “che esplode in tutti i contesti ed è incontenibile e inarrestabile”.

È questo il momento in cui la Conti sembra liberarsi quasi completamente da ogni possibile legame con la realtà. E arrivano sperimentazioni, abbinamenti di colore e utilizzo di supporti del cosiddetto materiale povero, nel tentativo di esprimere in modo ancora più efficace l’essenza delle cose.

Un’operazione tutta concettuale cui la Conti è approdata attraverso un percorso anche tormentato, nel tentativo di far emergere il suo inconscio e trasferirlo sulla tela con rapidità e immediatezza, con gestualità e assoluta libertà di interpretazione.

C’è una tela, dal titolo Senza tempo, di un paio di anni dopo, che riassume in sé questo modus operandi, che è poi il suo sentire personale, libero da qualsiasi costrizione di forma o disegno.

Giuseppe Billi

Arte tra estetica e estasi

Quello che cerca Maria Cristina Conti è dare espressione, dare visibilità all’invisibile. È da sempre il sogno della mistica, ma anche dell’arte, in bilico tra l’estetica e l’estasi.

L’arte non sarebbe tale se non guardasse “oltre” il dato apparente ed estetico, il dato cioè che si vincola alla nostra esperienza di esseri gettati tra la natura e la grazia. L’arte è una scommessa “pascaliana” (quindi giocata con la totalità della persona: anima e corpo) per la vita spirituale che eccede i confini della materia e, per quanto la riguarda, i confini del percepito e del percepibile…

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Cosa si vede con l’arte? Cosa si avverte nel sensibile? Cosa evoca quel groviglio di segni e segnali simbolici? Non certo una replica fisiologica o mentale, quasi una ricostruzione, sia pur fantastica, di un mondo articolato che ci attrae ma che, al tempo stesso, ci riduce rispetto a una prospettiva soprannaturale.

L’arte è una “palestra” di immaginari ultraterreni; l’arte è il “pascolo” di territori bagnati dalla rugiada dell’assoluto e dell’eterno. Naturalmente, questo avviene quando ci si abbandona a un’arte che è energia, che è “dynamis”, non solo “téchne”, fosse anche di geniale e straordinaria abilità elaborativa.

Ci vuole una “feroce” intenzionalità, ci vuole la coerenza di esporsi al flusso informale di eventi che scuotono le coscienze e poi si comunicano agli strumenti operativi, che sono il prontuario delle “officine” d’arte.

Maria Cristina Conti, che ha “fiutato” questa capacità trasuente dell’arte e si è sintonizzata con il linguaggio di una spiritualità imprevedibile ma a tutto campo, ha capito che, in questa situazione “ideale”, basta lasciarsi condurre. Condurre sì, ma prestando al flusso spirituale dell’invisibile presente la materia “liquida” e ricca dei propri sedimenti materici.

Ecco questo continuo scorrimento di estri formali, questo fluire di immagini senza “immagine”, ma non senza un’anima migrante e sostanzialmente immersa in magmatiche fusioni.

Artisticamente, il giudizio può sentirsi più o meno legato a emergenze storiche, in cui l’informe e l’arabesco delle figure muovono da esigenze spirituali o, semplicemente, da una “vocazione” di superiore richiamo. E allora si può nominare — d’obbligo — il sacro.

Sacro che è inabissato nell’intimo delle coscienze ma che, insieme, ha il fervore trascinante di un cielo “perduto” in noi e che risale alla ricerca delle radici: in alto, in quella matrice suprema e pur nutritiva dell’esistenza per la quale artisti come Maria Cristina Conti sentono di esprimere subito l’impeto della sua invadenza e, poi, tutto il suo amoroso rapinare e tutta la sua trasmutata innocenza.

Giuseppe Billi

Arte tra estetica e estasi

Quello che cerca Maria Cristina Conti è dare espressione, dare visibilità all’invisibile. È da sempre il sogno della mistica, ma anche dell’arte, in bilico tra l’estetica e l’estasi.

L’arte non sarebbe tale se non guardasse “oltre” il dato apparente ed estetico, il dato cioè che si vincola alla nostra esperienza di esseri gettati tra la natura e la grazia. L’arte è una scommessa “pascaliana” (quindi giocata con la totalità della persona: anima e corpo) per la vita spirituale che eccede i confini della materia e, per quanto la riguarda, i confini del percepito e del percepibile…

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Cosa si vede con l’arte? Cosa si avverte nel sensibile? Cosa evoca quel groviglio di segni e segnali simbolici? Non certo una replica fisiologica o mentale, quasi una ricostruzione, sia pur fantastica, di un mondo articolato che ci attrae ma che, al tempo stesso, ci riduce rispetto a una prospettiva soprannaturale.

L’arte è una “palestra” di immaginari ultraterreni; l’arte è il “pascolo” di territori bagnati dalla rugiada dell’assoluto e dell’eterno. Naturalmente, questo avviene quando ci si abbandona a un’arte che è energia, che è “dynamis”, non solo “téchne”, fosse anche di geniale e straordinaria abilità elaborativa.

Ci vuole una “feroce” intenzionalità, ci vuole la coerenza di esporsi al flusso informale di eventi che scuotono le coscienze e poi si comunicano agli strumenti operativi, che sono il prontuario delle “officine” d’arte.

Maria Cristina Conti, che ha “fiutato” questa capacità trasuente dell’arte e si è sintonizzata con il linguaggio di una spiritualità imprevedibile ma a tutto campo, ha capito che, in questa situazione “ideale”, basta lasciarsi condurre. Condurre sì, ma prestando al flusso spirituale dell’invisibile presente la materia “liquida” e ricca dei propri sedimenti materici.

Ecco questo continuo scorrimento di estri formali, questo fluire di immagini senza “immagine”, ma non senza un’anima migrante e sostanzialmente immersa in magmatiche fusioni.

Artisticamente, il giudizio può sentirsi più o meno legato a emergenze storiche, in cui l’informe e l’arabesco delle figure muovono da esigenze spirituali o, semplicemente, da una “vocazione” di superiore richiamo. E allora si può nominare — d’obbligo — il sacro.

Sacro che è inabissato nell’intimo delle coscienze ma che, insieme, ha il fervore trascinante di un cielo “perduto” in noi e che risale alla ricerca delle radici: in alto, in quella matrice suprema e pur nutritiva dell’esistenza per la quale artisti come Maria Cristina Conti sentono di esprimere subito l’impeto della sua invadenza e, poi, tutto il suo amoroso rapinare e tutta la sua trasmutata innocenza.

Francesco Gallo

Maria Cristina Conti costruisce la sua libertà d’espressione come un edificio fantastico, in cui esistono delle corrispondenze formali, da cui, di tanto in tanto, fuoriescono immagini percepibili come tali e che sono una sorta di sigla speciale, un punto di riferimento per un percorso che sembra essere inesauribile nella sua continua mutevolezza.

Un percorso che la porta a scivolare dai colori caldi, carichi di tempesta e impeto, a colori sereni di contemplazione, descrivendo un’escursione che è personale, ma al tempo stesso familiare, in quanto appartiene anche a tutti noi…

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Avvicinando lo sguardo a queste opere e soffermandosi su di esse, emerge anche un quadro di riferimenti colti: vi è un vagheggiamento di espressionismo — astratto, s’intende — articolato attraverso un ampio tratto pulsionale, guidato da una suggestione corporale del fare, da un piacere dell’attraversamento che assume i sapori e gli odori di un eros trasformato da un’alchimia interiore, capace di mutare ogni cosa, fondendo e confondendo i tratti di una riconoscibilità naturalistica.

Quest’ultima viene considerata, in questo modo di vedere e di operare, una sorta di archeologia dei sentimenti e delle emozioni.

Con tocchi rapidi, Maria Cristina Conti compone opere che sono derive di suggestioni paesaggistiche, la cui riconoscibilità è interamente evocativa, emozionante, lontana da narrazioni ordinarie del visibile. La loro qualità risiede nella singolarità con cui tutto il materiale archeologico del sapere è stato filtrato, modificato, reso irriconoscibile anche a se stesso, e restituito sulla tela come essenzialità di luce e concretezza di colore.

Colori liberi gesti

La pittura di Maria Cristina Conti si manifesta come un grande sfolgorio di colori che emanano da una gestualità libera, gioiosa, desiderosa di comunicare agli altri, a tutti noi, il riflesso di un possa immaginario ricco e fragoroso, in cui specchiare una psicologia desiderosa di vedere negli alti e nei bassi dell’umore che la governano, il determinarsi di un vero e proprio linguaggio dell’astrazione, che, come tale, si lascia leggere nella sua attualità e nella sua determinazione temporale…

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Maria Cristina Conti costruisce la sua libertà d’espressione come un edificio fantastico in cui esistono delle corrispondenze formali, da cui, di tanto in tanto, fuoriescono delle immagini, percepibili come tali e che sono una specie di sigla speciale, per fare da punto di riferimento ad un percorso che sembra essere inesauribile, nella sua inesausta mutevolezza che la porta a scivolare, dai colori caldi di una tempesta e di un impeto, a colori sereni di una contemplazione, descrivendo un’escursione che è sua personale, ma ci è familiare, in quanto appartiene anche a tutti noi.

Avvicinando lo sguardo a queste opere e soffermandosi su di esse, appare anche un quadro di riferimenti colti, che sono un nutrimento al suo determinarsi nell’ambito di un linguaggio che è storico e, come tale, possiede una sua bibliografia ideale, a cui fare riferimento, a cui attingere la possibilità stessa di una originalità ricca, che è, sì, determinata dalla casualità in cui va ad infrangersi il gesto pittorico, ma anche dalla consapevolezza di possedere un bagaglio di conoscenze a cui fare riferimento, per non perdersi nel labirinto di se stessa.

Avviene così la concreta determinazione di una visibilità magmatica, al cui interno, man mano che l’occhio si abitua, dopo lo straniamento del primo impatto, si possono leggere delle presenze, liberate, via via, da rimembranze impressionistiche, tutte giocate sulle trasparenze, di un mondo d’acqua in cui è possibile far giocare la propria immagine oppure scorgervi l’esito narcisistico di un esercizio di stile.

C’è poi un vagheggiamento d’espressionismo, astratto s’intende, articolato con un largo tratto pulsionale, guidato da una suggestione corporale del fare, da un piacere di attraversamento che prende i sapori e gli odori di un eros stravolto da un’alchimia interiore, che tutto muta, fondendo e confondendo i tratti di una riconoscibilità naturalistica, considerata, da questo modo di vedere e di fare, una sorta di archeologia dei sentimenti e delle emozioni.

Non mancano i riferimenti, disseminati, dispersi, come si conviene ad un’opera aperta, che si propone un proprio divenire sia all’interno che all’esterno del proprio essere in sé, all’action painting, intesa come rottura, ipotetica, s’intende, come tutto lo è nello spazio virtuale, tra soggetto e oggetto, come anfratto di un farsi festa di freudiana memoria.

E si arriva, così, alla conspiratio oppositorum, di un eclettismo dove tutto può stare con tutto, le radici con le fronde, la pelle lucida dell’esteriorità, con i cunicoli e le corrispondenze dell’officina creativa che tende ad attestare il fronte del proprio lavoro artistico, in una zona dove, possibilmente, sia tutto da dire, tutto da descrivere e le stesse parole e gli stessi concetti per imbastire il cantiere della nuova edificazione siano esse stesse da coniare, di questo incipit babelico, dove ogni tanto appare un mazzo di fiori che sembrano il frutto di combinazioni del caso, come i volti delle nuvole spinte dal vento.

Con tocchi rapidi, Maria Cristina Conti compone i tratti di opere che sono derive di suggestioni paesaggistiche, la cui riconoscibilità è tutta suggestiva, emozionante, lontana da narrazioni ordinarie del visibile, sempre trasferite ad un aereo senso dello straordinario con cui si saziano le voglie di una penetrazione poetica, la cui qualità è data dalla specialità con cui tutto il materiale archeologico del sapere è stato filtrato, modificato, reso irriconoscibile anche a se stesso, riservato sulla tela come essenzialità di luce e concretezza di colore.

A volte si avverte una pienezza costruttiva, che porta l’opera al limite di una soglia, oltre cui nascerebbe la leggenda cartografica, con una tensione ordinativa di tipo architettonico, con una destra, una sinistra, un alto, un basso; altre volte tutto questo non c’è proprio, perché domina un punto di vista disperso, moltiplicato, che non si presta ad una particolare lettura, ma si presta a tante letture, tutte vere e tutte sovrapponibili, proprio perché il senso sfugge e si resta nel regno dell’indeterminato.

Eppure si sente un quid unitario di questa pittura, quello dell’autrice, che con grande disponibilità, direi quasi semplicità, si pone al centro di tutta questa avventura, cercando di portarla alla propria misura, esplicitamente votata alla radicale lettura, in controluce, di se stessa.

Perché questa pittura, che si porge a noi con tanta disponibilità a rispondere ad un diffuso senso estetico, che si manifesta in tutto il nostro modo di vivere, dominato dal bisogno di bellezza, anche questo, poi, si traduce, per carenze dovute alla società della comunicazione, scaduta nell’incomunicabilità, è in realtà uno scandaglio interiore, intimo, che l’artista mette a nostra disposizione come esempio di trasferimento di una clinica metafisica del sentimento e dell’emozione che ha assorbito la forza esemplare di Corpora, Turcato, Dorazio, Accardi, racchiusi in una grande rete della differenza che prende quanto più può, per renderlo omogeneo ad una personalità in cui si avvolgono grazia e decisione.

Maria Cristina Conti è consapevole del necessario dialogo, che continuamente muove nello scivolare sul pendio dell’autoreferenzialità decorativa, di una circolarità di tutto quanto fin qui fatto, che poi corrisponderebbe ad una sostanziale sottolineatura della propria personalità nel senso accattivante di una spettacolarità, punto e basta.

Per come Maria Cristina Conti fa accadere la propria pittura, ne sprigiona un effetto di moltiplicazione, che ogni volta libera un frammento di forza espressiva, quanto basta per tonificare il singolo quadro e rendersi disponibile per gli altri che le girano nella mente.

Tutto questo con grande semplicità, come di chi accoglie l’annuncio di cui essa stessa è artefice e spettatrice nel senso più pieno del termine, in quanto ogni opera è frutto di un intento voluto e praticato e in parte una certa sorpresa per la stessa autrice che lo propone a se stessa con la stessa spontaneità con cui lo propone a noi.

Paolo Levi

LO SPIRITO DELLA MATERIA

Arte astratta come comportamento

Maria Cristina Conti è una pittrice legata alla pura astrazione, anche se i suoi esordi, e una parte importante della sua maturazione stilistica, sono legati alla figurazione. Con il trascorrere degli anni, le sue immagini sono andate sempre più dissolvendosi in un espressionismo lirico informale, sino a giungere ai lavori più recenti che sono di una bella complessità e di una non facile decodificazione…

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In quanto a ciò che ha condotto Maria Cristina Conti a rendere imperscrutabili i suoi risultati visuali — dove è la qualità del colore e la forza della sua gettata a colpire immediatamente l’osservatore — non si tratta solo di una scelta di cultura, che può anche essere fatta risalire all’ultimo Nicolas de Staël, ma soprattutto di una necessità primaria.

Bisogna dunque riferirsi alle componenti che hanno arricchito questi suoi ultimi lavori, e alla felicità di un’esplorazione della forma informe che l’ha condotta a lidi inediti e inaspettati. Già nelle opere di qualche anno fa aveva mostrato una propensione a esprimere l’inafferabilità di un altrove sconosciuto, che era assai prossima a quella che aveva risvegliato indirettamente mente e sensi dei suoi maestri classici come Kandinskij e Corpora.

Ma soprattutto in questa ultima stagione, l’autrice definisce la sua ricerca in un superamento del proprio microcosmo, lasciando la sua istintualità libera di definire nuovi spazi espressivi e formali. In questa fase il suo universo visivo tende ad amplificarsi in giochi cromatici energici e pulsanti, che sembrano esplodere come fuochi d’artificio.

Sfidando tutte le potenzialità della materia pittorica, applica quindi campiture larghe e generose di blu, di rossi e di gialli, grazie alle quali l’insieme risulta coerentemente coniugato fra la libertà del gesto pittorico e il rigore stilistico di un’esecuzione manuale meditata e matura.

In alcune composizioni si scorgono possibili allusioni nostalgiche, dove viene data voce alle onde dell’anima, lasciando trapelare domande inespresse e ombre interiori. Sono rivelazioni intense ed ermetiche che si trasfigurano in una comunicazione suadente, dove le emozioni si espandono e si trasformano in messaggi indirizzati agli osservatori più attenti.

Per Maria Cristina Conti, quindi, l’informale è soprattutto la chiave metodologica di un’indagine su se stessa, che le consente di usare la creatività come mezzo specifico per accedere all’inconscio, ma soprattutto per fare riemergere il rimosso in chiave di esplicito riconoscimento del suo io più nascosto.

Eseguire forme del tutto astratte e senza alcuna attinenza con il conoscibile significa per lei essersi liberata dai limiti naturalistici della rappresentazione, per privilegiare il gioco cromatico e soprattutto la libertà interpretativa dei suoi stati d’animo.

Concedendosi la facoltà di associare e dissociare ampie masse cromatiche, definisce significati liberatori, ritrovando anche soluzioni estetiche e linguistiche capaci di imporsi allo sguardo senza mediazioni di tipo concettuale o teorico.

Gli effetti visivi delle sue opere corrispondono quindi alla sostanza stessa del suo rapporto istintivo e solare con la materialità del colore. I temi dell’altrove, che sono svolti dalle vibrazioni tonali, dai filamenti cromatici, dalle cascate armoniose e liquide sulla superficie del supporto, rappresentano la costante poetica di Maria Cristina Conti.

Si tratta di temi arcani che si rinnovano in ogni lavoro e che si arricchiscono grazie alla precisione di un linguaggio compositivo ispirato, evidentemente nutrito da una sensibilità acuta e soprattutto guidato dalla modalità di comportamento dell’autrice nei confronti della sua pittura.

L’oggettività della sua sperimentazione informale appare infatti come una sorta di rifugio ideale e di svincolo dalle vicissitudini delle cose del mondo. Un modo quindi di ritrovare se stessa vivendo il piacere di suscitare fantasmagorie con la forza dell’immaginazione.

LE ARGOMENTAZIONI POETICHE DELLA NON FORMA

Con la ricerca di Maria Cristina Conti, dalla solare felicità espressiva, si fa l’inaspettato incontro con le sinfonie cromatiche di una pittrice che sa manipolare la materia per addivenire a forme solo in apparenza informi. La loro esistenza sembra aver avuto origine da un caos magico, al quale si deve risalire per comprenderle a fondo…

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Alludendo alla riconoscibilità del mondo naturale, in ogni sua composizione la pittrice individua la dimensione lirica e rivelatrice di uno spazio senza dubbio utopico, e tuttavia reale e percorribile. In effetti le masse di colore, a volte sinuose e liquide, a volte squisitamente segniche, che caratterizzano il suo operare, si muovono su direttrici prospettiche estremamente precisate, consentendo una lettura immediata dell’argomentazione; infatti essa si rivela allo sguardo prima ancora che alla lettura del titolo che l’accompagna.

Si tratta di una gestualità i cui risultati sorprendenti rammentano quelli della pittura informale-naturalistica di un Nicolas de Staël. Essa dipende da una sorta di esercizio psichico assai controllato, che porta l’artista a dare significato alle forti pulsioni emotive che certamente appartengono al suo bagaglio esperienziale.

L’elaborazione di forme sovrapposte, ed eseguite a larga campitura, sorge da una creatività che si traduce, grazie a un’ottima impaginazione segnica — per altro rivelatrice di una lezione formale molto ben appresa e di un esercizio manuale sorvegliato dalla ragione — in grande ricchezza immaginifica.

La forza espressiva di Maria Cristina Conti ha inizio, non c’è dubbio, dall’espansione di un cromatismo puro, fatto di colori primari, ma mai incontrollato; la sapienza costruttiva la porta infatti a ridefinire, ogni volta, la scelta materica più consona a comporre astrazioni a volte luminose e solari, altre volte più notturne e meditative, dove comunque le profondità dei colori freddi sono interrotte da spatolate chiare e sottolineature che alludono, in molti casi, a citazioni figurali di paesaggi, di fiori e di nature morte.

Si tratta in realtà di un universo di forme informi, che si muovono in un altrove di apparenze e di equilibri spaziali, offrendo alla percezione visiva paesaggi possibili come illusioni oniriche. Tutto il visibile appare qui come germinazione spontanea, come la presa d’atto di un percorso vitale in direzione di una nuova esistenza autonoma.

Questa pittrice, in ogni sua composizione, porta quindi alla ribalta una spettacolarità di immagini e di momenti anche intimistici che si sviluppano in ampiezza, per esorbitare dai limiti posti dalla tela, suscitando armonie sorprendenti. Il suo partecipare alla ricerca cromatica, il suo modo elegante di affrontare il colore nel suo spessore tattile, variegato e contrappuntistico, diviene la sola possibile formulazione magica capace di evocare l’inesprimibile.

E per inesprimibile si vuole qui intendere quella parte del nostro esistere che appartiene allo spirito, e ciò che solitamente si sottrae alla descrizione attraverso il mezzo comunicativo della parola.

Percorrendo territori solo visivi, la pittrice si comporta tuttavia come l’autrice di pagine musicali, ampliandosi in variazioni a tema suscettibili di una lettura più legata alle leggi armoniche e compositive che alle valutazioni spaziali. Questi atti pittorici dalla rapida stesura si espandono seguendo le direzioni volute da una coscienza attenta e meditativa, che domina la materia con fare suadente, rendendola perfettamente comprensibile malgrado la scelta radicalmente informale, e quindi affatto conciliante nella sua vocazione antidecorativa.

A questo proposito non è certo errato sostenere che Maria Cristina Conti gioca su un piano di apparenze che rimanda alla lezione dell’informale europeo degli anni Sessanta, guardando quindi anche all’espressionismo americano. Caratterizzandosi nell’utilizzo di colori vibranti e di forti suggestioni tonali, le ampie campiture dei verdi, blu o rossi modulano fraseggi con cadenze molto più premeditate di quanto poi non appaia nel risultato finale della composizione, la quale potrebbe anche prospettare paesaggi mentali dettati da una scrittura automatica.

In un ambito artistico che gioca tra l’astratto informale e l’allusione figurativa, la nostra artista ripropone scelte linguistiche personali inedite: pur nella scelta emblematica di rendere reversibile il rapporto fra la figuratività e l’astrazione, Conti restituisce allo sguardo dell’osservatore le apparenze misteriose della natura, riuscendo a rendere visibile l’assenza dell’uomo, che resta latente proprio là dove l’artista rende conto di un atto emotivo, conferendo al suo stesso sguardo sul mondo la qualità della consapevolezza.

Gli agglomerati cromatici — al di là delle apparizioni più immediatamente leggibili come fiori, vele, distese d’acqua, cieli abbuiati, rami spogli e persino annotazioni biografiche (si vedano le due opere I pennelli e Lo studio d’arte, dove prevalgono i toni rosati e forse l’intenzione di una dichiarazione d’amore al suo lavoro) — parlano un linguaggio autonomo, rappresentando se stessi come realtà gestuali fortemente significative di una concezione poetica, fatta di assonanze visuali perfettamente calibrate.

Sono fraseggi sintetici che si intrecciano formando una moltiplicazione di assunti fervidi, fatti di memorie e di eventi vissuti e quindi operazioni di trasferimento in modelli visivi di idee e sentimenti.

Le larghe campiture sono frutto di una manualità agile, che a volte si addensa per chiudere l’immagine in un’impaginazione rigorosa, come nel caso dei Tulipani, o in quello che corrisponde al titolo Il riposo — un pezzo di bella pittura piuttosto singolare, dove appare, su un divano verde e blu, una figura femminile appena definita da un rosso caldo e denso che rimanda allo sfondo del tutto appiattito da pennellate ferme e quasi geometriche.

In altri momenti la pennellata si dilata in fughe prospettiche, come nel Mare del sud, oppure ancora si distende e si plasma in colature fluide, dove il colore stesso diventa protagonista assoluto dello spazio pittorico senza nulla concedere alla riconoscibilità, come nel caso della Tempesta.

Della pittura di Maria Cristina Conti va detto anche che — contrariamente a quanto avveniva nell’espressionismo astratto, a cui già abbiamo fatto riferimento — il rifiuto della figurazione come riproduzione naturalistica della realtà non si riferisce certamente a una visione distruttiva e pessimistica del mondo.

Troppo giovane, del resto, per condividere le angosce postbelliche dei suoi predecessori, la nostra artista innesta nella tradizione informale una serenità gioiosa che sembra provenirle dall’appagamento dato dal perfetto controllo dei suoi mezzi espressivi.

I suoi paesaggi di colore rispondono all’esigenza istintiva di elargire messaggi di bellezza, piuttosto che di esternare stati d’animo polemici o contestazioni moralistiche. In sostanza, al chiacchiericcio oggi di moda sulla rottura del patto fra uomo e natura, Conti sembra voler contrapporre la possibilità di una riconciliazione in chiave forse panteistica, o comunque all’insegna di una filosofia basata sull’accoglimento reciproco.

Il gusto cromatico delle sue sperimentazioni presuppone infatti un atteggiamento assai distaccato e critico anche nei confronti di una contemporaneità che offre ai frequentatori delle gallerie d’arte i paesaggi desolanti delle nuove avanguardie, quelle, tanto per intenderci, che producono frammenti di crudeltà in video e performance impegnate.

La sua pittura resta infatti saldamente ancorata ai rapporti tradizionali che intercorrono fra la mano e la materia pittorica, mentre la sua attenzione si rivolge soprattutto a risolvere i rapporti tonali, a equilibrare le masse, a rendere possibile l’individuazione del contesto semantico, a rispettare le regole sintattiche e compositive della narrazione.

Da questo punto di vista diventa persino secondaria la distinzione fra figurazione e astrazione, poiché il valore dell’impaginato, così come appare proposto a chi lo guarda, è affidato soprattutto alla felicità degli impasti e all’armonia degli effetti visivi, qualità che rendono ogni prova di Maria Cristina Conti unica e irripetibile.

Un percorso spirituale arcano

I cinque pittori che compongono il Movimento degli Arcani presentano al pubblico una pittura inedita, in quanto portatrice di un messaggio positivo e profondamente spirituale, in un mondo lacerato da guerre, conflitti e ingiustizie.

La loro pittura intende trasmettere un messaggio di speranza che, tuttavia, per essere compreso, deve passare attraverso la storia dell’uomo, recuperarne e accoglierne il dolore, in modo da suggerire una riflessione profonda dell’individuo sul proprio bagaglio di valori, sull’inestimabile dono che è l’impalpabile estensione della propria anima.

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Questi artisti guardano al passato come unica forma possibile di interpretazione del presente, recuperando la lezione del filosofo ispanoamericano Georges Santayana, secondo il quale, “Coloro che non possono ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”.

Per questo la loro arte trae ispirazione e trova la propria forma espressiva nella rievocazione di identità figurative già citate nelle
“de friglie de broth”
rappresentazioni parietali o fittili di un’età antica, dove si possono recuperare i profili di narrazioni legate ai miti della creazione e del paganesimo, a cui si aggiungono significativi passi tratti dalle Sacre Scritture.

La loro è dunque una ricerca consapevole, ricca di riferimenti culturali, capaci di costruire narrazioni avvincenti sulla tela, dove ieri e oggi si incontrano e dialogano con grazia, secondo il percorso scelto dalla sensibilità del singolo artista.

Maria Cristina Conti fa partire la sua riflessione artistica da molto lontano. Nelle sue tele è infatti individuabile la trasposizione segnica di quel caos primordiale che animò la vita nell’universo; a queste tele si affiancano delicate composizioni floreali, morbidi profili collinari, punteggiati da una vegetazione rigogliosa, che risvegliano nel cuore e nella mente la sensazione di perdersi in un nuovo Eden.

Si vola con leggerezza, con il pensiero, nei dolci anfratti di quel mitico paradiso perduto, ma si riflette anche, di fronte alla bellezza più assoluta, su quanto fugace possa essere il piacere di un vivere in armonica purezza, se non si adopera con saggezza la facoltà del libero arbitrio.

Il faticoso cammino dell’uomo verso una maggiore consapevolezza di sé prosegue con l’innegabile qualità pittorica dei lavori di Angelo Di Tommaso, il quale rivolge la propria attenzione alla mitologia greca e romana, dunque alle divinità e agli eroi che hanno animato la storia del paganesimo, una memoria che ancora avvolge e affascina l’uomo del nostro tempo.

In una dimensione sospesa tra sogno e reminescenze mitologiche si muovono così gli antichi personaggi, emblemi di forza e fedeltà, cultura latina e ancora celebrato a Roma, come i Dioscuri, il cui culto dall’antica Grecia era entrato nella cultura latina e ancora celebrato a Roma.

Riconoscimenti

Antonio Mazzeo

Presidente del Consiglio regionale della Toscana

È sempre un’esperienza nuova e originale porsi davanti ad un’opera artistica. E farlo davanti alle opere della pittrice fiorentina Maria Cristina Conti certamente è stato per me particolarmente significativo.

La forza dei suoi colori, i suoi lampi di luce, il carico materiale della stesura sulla tela, tutto concorre a catturare l’attenzione e a lasciarsi interrogare in profondità.

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Una pittura fortemente espressionista che contiene un profondo messaggio di vita, l’invito ad un percorso interiore per raggiungere la personale autoconsapevolezza.

Ad indicare tutto questo Maria Cristina Conti conia un neologismo, un neologismo, il termine Pitturescienza, per unire il tema della pittura a quello della coscienza. Un rapporto profondo che tiene insieme la forza della creatività artistica alle suggestioni della natura, interpretata come esperienza di vita e fonte di emozioni. Nelle sue tele gli elementi naturali evocati non si fermano all’immagine esteriore ma raggiungono la profondità della coscienza.

Un’arte dunque piena di energia e di amore per la vita.

È per questo che trovo la mostra di Maria Cristina Conti particolarmente attuale. Una mostra che ci prende e ci interroga in un tempo in cui le domande sono tante, in cui la fragilità della nostra umanità diventa esperienza quotidiana, individuale e collettiva.

Una mostra che ancora una volta ci dimostra come l’arte, quella più autentica, è uno spazio privilegiato per accompagnarci nel tempo che viviamo.

Di tutto questo ringrazio prima di tutto la pittrice Maria Cristina Conti: un grande dono la sua arte per tutti noi.

Con l’augurio che l’arte ci porti veramente ad una consapevolezza autentica del nostro essere uomini.

Francesco Maria Talò

Console generale d'Italia a New York

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità”.

Così recita la Dichiarazione d’Indipendenza firmata nel 1776 dagli Stati Uniti d’America.

La vita è questo: ricerca della felicità. Certo, nell’esistenza umana esiste anche l’infelicità, il dolore, ma sempre e comunque emozioni.

E questo è ciò che si trova negli artisti del Movimento degli Arcani. Sono cinque pittori tutti assolutamente italiani, con la nostra cultura che li pervade intimamente pur manifestandosi in modi e stili differenti…

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C’è il nostro bisogno della carne in Stefano Puleo, che tanto fa pensare a Renato Guttuso ma trasformando il suo realismo in atmosfere fiabesche.

C’è Giorgio De Chirico nelle opere di Silvano D’Orsi, espresso tuttavia in chiave più allegra, meno inquietante e più dissacrante.

Caravaggio aleggia su Angelo Di Tommaso e i suoi molti richiami al passato, mentre il colore sovrasta l’opera di Maria Cristina Conti e giochi di luce ammaliano nei ritratti di città di Roberto Guadalupi. Sono italiani e sono Arcani. Perché in fondo un quadro è come uno specchio: ci dice cose diverse in base a come e quando lo guardiamo. Riflette e fa riflettere.

Avere queste opere a New York è stato per noi motivo di orgoglio. Nel centro di New York vuol dire nel centro del mondo e della cultura mondiale. E quando si parla di cultura si parla di Italia. Madison Avenue, dove la Eden Fine Art Gallery ha sede, è una sorta di nuova Little Italy, una vetrina per la nostra cultura verso la quale questa città è sempre aperta e attenta. Godere delle opere di artisti contemporanei che non rinnegano il nostro passato rappresenta oggi il frutto gioioso di tanto impegno per sottolineare ancora che il nostro Paese è presente nel mondo.

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Galleria E. Paoli: +39 0574 575503
Diego Paoli: +39 388 1663323‬
Patrizia Totti: +39 348 3572969‬